Il business della marea nera
Quattro mesi dopo l’esplosione sulla Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera colata a picco nel Golfo del Messico, pochi parlano ancora di “disastro”. I pescatori dell’Alabama, del Mississipi e della Lousiana, quelli che avrebbero dovuto perdere tutto per la più grande sciagura ecologica degli ultimi cinquant’anni, considerano l’incidente una specie di benedizione, almeno dal punto di vista economico.
18 AGO 20

Quattro mesi dopo l’esplosione sulla Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera colata a picco nel Golfo del Messico, pochi parlano ancora di “disastro”. I pescatori dell’Alabama, del Mississipi e della Lousiana, quelli che avrebbero dovuto perdere tutto per la più grande sciagura ecologica degli ultimi cinquant’anni, considerano l’incidente una specie di benedizione, almeno dal punto di vista economico. La maggior parte di loro ha lasciato il mestiere difficile e poco remunerativo della caccia ai gamberetti e ha accettato una proposta invitante di British Petroleum, la major dell’energia che gestiva Deepwater Horizon e che ha cercato per settimane di chiudere il giacimento marino con metodi da fantascienza.
Oggi fanno parte della Flotta delle opportunità, una squadra di duemila navi che pattugliano le acque del Golfo e collaborano alle operazioni di emergenza. Il programma è conveniente, dice il Financial Times: la paga è alta e sicura, gli orari di lavoro sono fissi, il sistema di tassazione è decisamente vantaggioso. “C’è gente in gamba a British Petroleum – dice un marinaio della Baia, Neil Fort, ai reporter del quotidiano britannico – è come se ci avessero intestato un’assicurazione”. Per ogni giorno di lavoro, quelli come Fort sono pagati 1.500 dollari (1.200 per l’affitto della barca, trecento per il tempo del proprietario). In confronto, la vita da pescatore è un inferno.
Che la gente dell’Alabama non voglia fare a meno di British Petroleum si è capito all’inizio del mese, nel piccolo porto di Bayou La Batre, una città di mare poco lontana dal bordo con il Mississipi. Trecento persone hanno occupato il molo per protestare contro il loro sindaco, che avrebbe voluto gestire in prima persona la flotta delle opportunità. I pescatori temevano che la prima mossa del nuovo boss sarebbe stata quella di abbassare le paghe. “Dicono che ci vogliono proteggere, la verità è che sono loro il vero pericolo”, ha detto uno degli organizzatori, Chris Bryant, parlando degli amministratori locali. A Bayou La Batre, come in altri centri della costa, Deepwater Horizon è diventato in fretta il marchio di un grande business. Subito dopo l’esplosione, 550 pescatori sono stati assunti da Bp per collaborare alle operazioni di emergenza. Anche il governo ha avviato una iniziativa simile, grazie agli 8 milioni di dollari ricevuti dalla compagnia petrolifera come primo, parziale risarcimento per l’incidente, ma le attenzioni della politica hanno raccolto poco successo nella Baia. “Qui a Bayou La Batre, non abbiamo bisogno di nessuno – ha spiegato Bryant – Possiamo cavarcela da soli, senza i politici”.
L’incidente sulla piattaforma è costato la vita a undici persone. Ottocento milioni di litri di petrolio sono finiti in mare: secondo gli ambientalisti, serviranno secoli per ricostruire l’ecosistema del Golfo. Bp ha già versato nelle casse del governo americano venti miliardi di dollari e un’agenzia pubblica ha cominciato a raccogliere le richieste di risarcimento dei cittadini. Un ex ammiragio della Guardia costiera, Thad Allen, ha scritto sul Washington Post che mai, prima di oggi, il paese ha mostrato tanta efficienza di fronte a una crisi ambientale. “Non è stata una semplice opera di supervisione – sostiene Allen – Ogni organismo del governo è stato coinvolto, e non parlo soltanto dei primi corpi che sono chiamati a intervenire in casi come questo. Abbiamo visto all’opera dipartimento della Difesa e gli organismi che si occupano di Salute pubblica, di Energia e di Lavoro. Rimane ancora molto da fare, perché i dati a nostra disposizione dicono che un quarto del petrolio uscito dal giacimento potrebbe ancora essere nell’oceano. Ma nessuno può ignorare i risultati che abbiamo già raggiunto”.
Oggi fanno parte della Flotta delle opportunità, una squadra di duemila navi che pattugliano le acque del Golfo e collaborano alle operazioni di emergenza. Il programma è conveniente, dice il Financial Times: la paga è alta e sicura, gli orari di lavoro sono fissi, il sistema di tassazione è decisamente vantaggioso. “C’è gente in gamba a British Petroleum – dice un marinaio della Baia, Neil Fort, ai reporter del quotidiano britannico – è come se ci avessero intestato un’assicurazione”. Per ogni giorno di lavoro, quelli come Fort sono pagati 1.500 dollari (1.200 per l’affitto della barca, trecento per il tempo del proprietario). In confronto, la vita da pescatore è un inferno.
Che la gente dell’Alabama non voglia fare a meno di British Petroleum si è capito all’inizio del mese, nel piccolo porto di Bayou La Batre, una città di mare poco lontana dal bordo con il Mississipi. Trecento persone hanno occupato il molo per protestare contro il loro sindaco, che avrebbe voluto gestire in prima persona la flotta delle opportunità. I pescatori temevano che la prima mossa del nuovo boss sarebbe stata quella di abbassare le paghe. “Dicono che ci vogliono proteggere, la verità è che sono loro il vero pericolo”, ha detto uno degli organizzatori, Chris Bryant, parlando degli amministratori locali. A Bayou La Batre, come in altri centri della costa, Deepwater Horizon è diventato in fretta il marchio di un grande business. Subito dopo l’esplosione, 550 pescatori sono stati assunti da Bp per collaborare alle operazioni di emergenza. Anche il governo ha avviato una iniziativa simile, grazie agli 8 milioni di dollari ricevuti dalla compagnia petrolifera come primo, parziale risarcimento per l’incidente, ma le attenzioni della politica hanno raccolto poco successo nella Baia. “Qui a Bayou La Batre, non abbiamo bisogno di nessuno – ha spiegato Bryant – Possiamo cavarcela da soli, senza i politici”.
L’incidente sulla piattaforma è costato la vita a undici persone. Ottocento milioni di litri di petrolio sono finiti in mare: secondo gli ambientalisti, serviranno secoli per ricostruire l’ecosistema del Golfo. Bp ha già versato nelle casse del governo americano venti miliardi di dollari e un’agenzia pubblica ha cominciato a raccogliere le richieste di risarcimento dei cittadini. Un ex ammiragio della Guardia costiera, Thad Allen, ha scritto sul Washington Post che mai, prima di oggi, il paese ha mostrato tanta efficienza di fronte a una crisi ambientale. “Non è stata una semplice opera di supervisione – sostiene Allen – Ogni organismo del governo è stato coinvolto, e non parlo soltanto dei primi corpi che sono chiamati a intervenire in casi come questo. Abbiamo visto all’opera dipartimento della Difesa e gli organismi che si occupano di Salute pubblica, di Energia e di Lavoro. Rimane ancora molto da fare, perché i dati a nostra disposizione dicono che un quarto del petrolio uscito dal giacimento potrebbe ancora essere nell’oceano. Ma nessuno può ignorare i risultati che abbiamo già raggiunto”.